Poeta in lingua sarda
Franceschino Satta
Nuoro, 1919 — 2001
Biografia
Franceschino Satta nacque a Nuoro il 16 settembre 1919 e morì il 25 luglio 2001. Si avvicinò alla poesia giovanissimo, iniziando a comporre versi già all'età di tredici anni. Tuttavia, per naturale riservatezza, attese molti anni prima di pubblicare le proprie opere.
Il suo primo volume, Cantos de amistade, vide la luce nel 1983, quando Satta aveva 64 anni. Seguì, nel 1992, Ispadas de sole e, nel 2000, Incantos - Su prantu cubau, con prefazioni di Ignazio Delogu e della figlia Rosalba Satta Ceriale.
Nel corso della sua lunga attività poetica ottenne numerosi riconoscimenti nei concorsi di poesia in lingua sarda. Tra i più prestigiosi va ricordato il primo premio al concorso “Città di Ozieri”, ottenuto nel 1983 con la lirica Ispadas de sole. Due anni più tardi, sempre al “Città di Ozieri”, ricevette l'attestato di merito per Sa pandera prus bella e Su misteru 'e sa bida.
Le sue poesie furono pubblicate da diverse testate e riviste, tra cui Frontiera, L'Ortobene, La Nuova Sardegna, Il Messaggero Sardo e La Nuova Città di Cesare Pirisi. Fu inoltre redattore della rivista S'Ischiglia per la provincia di Nuoro.
Numerosi suoi componimenti furono musicati e armonizzati. Babbu nostru venne armonizzata da don Meloni, direttore della Polifonica “E. Porrino” di Nuoro; A Mama da Tonino Puddu, direttore del Coro Barbagia; Bae, luna da Piero Marras. Cosimo Bitta, direttore de “Gli Amici del Folclore” di Nuoro, armonizzò Nùgoro prima e commo, mentre i Raimi musicarono nove sue poesie: S'iscola, Maria Pettena, S'iscopile de Ziu Loru, Pasca 'e Nadale, Mama cara, A Massimo Pittau, Dia cherrer cantare, Lampadas e S'imbidia.
Anche Alessandro Catte, direttore del Coro Ortobene, armonizzò diversi suoi componimenti, tra i quali Santu, Ispadas de sole, Unu ballu pilicanu, Babbu nostru e Prados de lentore. La poesia A Nugoro fu armonizzata nel 1998 dal maestro Paolo Flumini, allora direttore dell'Associazione Culturale Coro Grazia Deledda di Nuoro; lo stesso maestro armonizzò nel 2000 anche Frore 'e beranu.
Franceschino Satta conseguì primi premi anche nei concorsi di Luras, Calangianus, Orgosolo, Sennori, Mores, Sassari, Ortueri, Orotelli, Nughedu San Nicolò, Posada, Villanova Monteleone, Paulilatino e Bolotana.
Ma la figura di Franceschino Satta non si esaurisce nella sua produzione poetica. Maestro elementare, profondamente legato a Nuoro e alla cultura della sua terra, fu un appassionato conoscitore e difensore della lingua sarda. Nei suoi versi trovano spazio gli affetti, la memoria, la vita quotidiana, la natura, i valori umani e il mondo della Barbagia.
Nel 1991 il Comune di Nuoro gli conferì il titolo di cittadino illustre, riconoscendone il contributo alla crescita civile, culturale e sociale della città. Dopo la sua morte, avvenuta il 25 luglio 2001, la città volle conservarne ulteriormente la memoria: il 9 maggio 2002 il Comune di Nuoro gli intitolò una via nei pressi dei luoghi in cui era nato e aveva vissuto.
La sua poesia, profondamente radicata nella lingua e nella cultura nuorese, continua a vivere attraverso le sue raccolte, i numerosi componimenti musicati dai cori e dagli artisti sardi e le testimonianze di quanti lo conobbero e ne apprezzarono le qualità umane e artistiche.
Poesie in lingua sarda
- A Babbu
- A Don Salvatore Bussu
- A fiza mea
- A fizu meu Lucianu
- A Luciana
- A Massimu
- A Nugoro
- A Paulu
- A Rosalba
- Aperta in campu
- A Publio Dui
- A tibe o Sardigna
- A Zubanne Battista
- Bae Luna
- Cantos d'amore
- Deus Onnipotente
- E cantamus
- Galanos lucore de bida
- Ispadas de sole
- In sas nottes de luna
- Luna cara istimada
- Libertade
- Maluneddu curustu
- Naschimentu - Frinas d’amore
- Non cherimus limusinas
- Nostra sennora 'e Balubirde
- Oje est Pasca....
- Omine beru
- Paragulas d'amore
- Roffaelle
- Sa domo noba ei sa bezza
- Sa funtana 'e Ubisti
- S'annu nobu
- Sa poesia est arte pura
- So riccu
- Sos ammentos de s'amore
- Su Monte Ortobene
- Su perdonu
- Terra Soverana
- Toccheddos de coro
- Un annu 'e oro
Racconti
Ricordi e testimonianze
Un ricordo dell’uomo e poeta Franzischinu Satta
Luigi Ladu — settembre 2002
Nuoro. Il 6 settembre sarà finalmente ricordato Tziu Franzischinu Satta. L'illustre poeta nuorese, scomparso il 25 luglio dello scorso anno, ha vissuto un'intensa vita dedicata all'insegnamento: quello rivolto ai bambini delle scuole elementari e quello trasmesso, attraverso l'arte letteraria, a quanti hanno avuto modo di apprezzarne le qualità.
Con le sue splendide poesie e i suoi meravigliosi racconti, Franceschino Satta ha saputo trasmettere emozioni profonde, coinvolgendo i lettori grazie al modo intenso e penetrante con cui esprimeva i sentimenti di vero barbaricino e santupredinu.
Alla memoria dell'uomo e del poeta, il 6 settembre alle ore 21.00, è stata promossa una serata commemorativa nella suggestiva Piazza Sebastiano Satta.
La manifestazione è organizzata dal Gruppo Folk Ortobene, con il patrocinio delle Amministrazioni provinciale e comunale di Nuoro. Il programma prevede la presenza di Paolo Pillonca, Piero Marras, del Tenore Santu Predu e del Coro Ortobene.
Nel corso della serata, la poetessa Rosalba Satta, figlia dell'artista, proporrà ai presenti un ricordo della figura e dell'opera del padre.
I poeti non muoiono
Dolores Turchi — L’Ortobene, luglio 2002
Ho sempre pensato che i poeti non muoiono.
Ogni qualvolta ripetiamo o leggiamo i loro versi, essi sono tra noi a ricordarci che, seppure è venuta meno la loro presenza fisica, la loro poesia è rimasta, con tutta la carica di pathos che voleva trasmettere.
Il 25 luglio ricorre l’anniversario della morte del poeta nuorese Franceschino Satta, la cui produzione poetica è conosciuta e apprezzata in tutta la Sardegna. Egli ha concluso la parabola della sua vita terrena, ma i suoi versi continuano a essere cantati da numerosi cori e a essere recitati in varie manifestazioni teatrali.
Ha sempre patecipato attivamente a vari movimenti culturali, specie in difesa della lingua sarda, sempre in prima linea nelle battaglie civili e sociali fatte per la salvaguardia del nostro idioma, anche quando molti di noi esternavano dubbi sulla possibilità del sardo, lessicalmente povero di vocaboli, nell’esprimere alcuni termini poetici con tutte le sfumature.
Egli ha voluto, con forza e risolutezza, dimostrare il contrario.
E lo ha fatto in modo concreto, scrivendo in lingua sarda le sue sillogi poetiche a dimostrazione di quanto una lingua, se ben conosciuta, può dare, mostrando in tal modo che un idioma, per quanto povero, ha risorse inaspettate, espressioni bellissime, concentrate in poche parole, entro le quali sta tutto un mondo denso di sensi reconditi che egli, da vero poeta qual era, ha saputo formulare in versi stupendi. La sua battaglia in difesa della lingua l’ha sempre portata avanti anche attraverso le pagine di “S’Ischiglia”di cui è stato sempre valido animatore. Per la sua attività poetica ampiamente riconosciuta, ha ricevuto in Sardegna numerosissime attestazioni e riconoscimenti di prestigio attraverso numerosi premi, non ultimo quello di Ozieri.
Era un uomo riflessivo, buon osservatore, e non potrebbe essere altrimenti per un poeta che “dipinge” i suoi versi come un pittore le sue tele. Due attività strettamente legate. Chi è poeta è anche pittore, senza peraltro dover usare il pennello, così, come chi è pittore non può non essere poeta nelle sue espressioni figurative.
Franceschino Satta era un barbaricino doc e sempre ha amato e cantato la sua terra così come sempre ha difeso la sua lingua e la sua identità con “ispadas de sole” e con “cantos de amistade”, formulando versi armoniosi, vibranti di calore e sentimento, dipinti con i colori della luce nell’insieme della sintesi compositiva.
Un anno fa si spegneva la voce di Franceschinu Satta
G. P. — L’Unione Sarda, 25 luglio 2002
Istanotte bid’hapo in su sonnu su chelu luchente . Ancora: Bid’hapo pasteras, funtanas; Bid’hapo bezzeddos in foras contande. Un altro verso: Cantande a murmuttu cantones de pache e de amore. Sono passi di poesie di Franceschinu Satta, il poeta dialettale nuorese di cui ricorre l’anniversario della morte, che sopraggiunse il 25 di luglio. Versi raccolti, come un florilegio, da Alessandro Catte, direttore del Coro Ortobene, che di Satta è un estimatore e che ha messo in musica sei sue poesie. Alessandro Catte chiede ai nuoresi che «a un anno dalla morte ricordino Franzischinu Satta, umile maestro elementare in pensione e grandissimo poeta». È un appello da raccogliere, senza tentennamenti, perché la voce di questo poeta, che della sua città ha fatto un culto, non deve cadere nell’oblio. La produzione poetica di Satta, la sua difesa della lingua sarda e dell’identità dell’Isola hanno trovato riscontro nei versi di Ispadas de sole e di Cantos de amistade . Chi scrive ha conosciuto bene Franceschinu Satta, uomo integro, riflessivo, schivo, appassionato della natura, degli uomini della sua terra e del Monte Ortobene soprattutto, di cui vagheggiava sino a pochi giorni dalla morte i suggestivi angoli di bosco e i panorami incantati. Dalla sua casa nel rione storico di San Pietro percepiva i sussurri del popolo, ne avvertiva le sofferenze, ne amava le tradizioni. Si circondava dei quadri che egli stesso dipingeva, traendo da questa (per lui) seconda arte consolazione quasi simile a quella che gli veniva dai versi. Poeta sincero, dall’ispirazione forte, cantò la semplicità dei sentimenti, il vigore dei valori morali, l’onestà e il coraggio ma anche la rassegnazione degli abitanti di una Sardegna provata da angustie e dolori e esaltata da bellezze della natura e da nobiltà di uomini.
L’eredità di Franzischinu Satta — «Non possiamo dimenticare»
Alessandro Catte — La Nuova Sardegna, 25 luglio 2002
Ricordo e testimonianza di Alessandro Catte dedicata a Franceschino Satta, pubblicata in occasione del primo anniversario della scomparsa del poeta.
Frantzischinu Satta
Mario Sanna — Su mezus de sa poesia nugoresa, Ed. Monte Gurtei, 2002
Su poeta Frantzischinu Satta, mastru de iscola zubiladu dae su 1975, fit naschidu in Nùgoro su 16 de capidanne de su 1919.
Poeta beru e cumpletu in cale si siat campu, conoschiat sa limba sarda comente pacos la conoschent e che a pacos fit capassu de ispirare e tramitere emotziones; e custu in grassias de sa mirada limpia e de su coro francu.Sunt ustas sas carateristicas chi l’ant nutridu poeticamente e orientadu su raportu cun sa zente e cun sa bida.
“Frantzischinu Satta, nugoresu predale, no at apidu presse a publicare sas poesias, a cumintzare dae ussas compostas in pitzinnia, e de sas cale unu de sos primos a nd’aere nobas est istadu su collega, in sa professione e in s’arte, Antiocu Casula, mezus conotu comente Montanaru. L’at fatu a sos 64 annos cròmpidos, fatu raru, si no unicu, in sa literadura. B’at de narrere, pro sa beridade, chi, ispintu dae sos amicos, at partetzipadu a diferentes cuncursos de poesia e nd’at bintu medas e non pacos, e peroe su primu volumene l’at publicadu in su 1983, cun su titulu bellu e sonante “Cantos de amistade”, in sas editzione de sa Cooperativa Grafica Nugoresa, istampadu in bella beste editoriale, cun sa prefatzione, minore minore, de Paulu Pillonca e cun disinnos e impazinassione de Sarbadore Pirisi: su volumene at bintu su premiu de poesia in limba locale Ozieri 1983.” (Dae “S’erede dinnu de Montanaru” de G. Susini).
Su 12 de agustu de su 1991, dae su sindicu nugoresu de su tempus, Simonetta Murru, a s’ocasione de sa festa de su Redentore, at retziu su titulu de tzitadinu illustre « per aver onorato Nuoro con il suo esempio di civis probo e operoso, contribuendo col suo quotidiano, instancabile lavoro alla crescita civile , culturale e sociale della città”.
S’annu a pustis at publicadu “Ispadas de sole” cun bortadura in italianu e glossariu), cun s’isterrida de G.Cossu e cun d-una bella copertina de su nepode, su pintore Sirgiu Cara. Su libru at su titulu de una de sas poesias suas, fortzis sa prus ricca de sinnados e sentidos fortes. Custa no at ebia, e cun resone, meritadu su primu premiu in su cuncursu de literadura sarda “Città di Ozieri”, in 1983; at ofertu a letores e istimadores s’ocasione de si godire una prella poetica de lirica de balore inestimabile. A pustis chi, in s’apertura de sa lirica, fachet un’analisi dolente, ranchia, de sa bida reale, ube “corruschian ammentos de focu, cupinde traschìas de malissia”, sichit cantande “e dego, massaju ’e pistichinzos, cherjo semenare labores d’affettu, fulliandeche, in sas percas fungudas de s’irmenticu,sas lubas ch’abbelenan sos alentos immortales de s’anima. Cherjo binchere gherrande chin ispadas de sole…”
De rechente sa poesia est istada musicada dae Alessandro Catte, diretore de su Coro Ortobene; su CD, chi at apidu sa fortuna chi meritaiat (no at ebia su titulu “Ispadas de sole”) remonit in sa matessi regolta ateras bator poesias de su poeta nostru, nugoresu predale: “Unu ballu pilicanu”, “Prados de lentore”, “Santu” e “Babu nostru”, ch’est unu componimentu ispantosu.
Belle e totu sos Coros che cantant in Sardigna ant armonizadu poesias suas. Su CD de sos Raimi “Razza barbaricina”, nde cuntenet nobe.
B’at de sinzalare, in mesu ’e tantas, “Bae luna”, armonizada e cantada dae Piero Marras. Peri su fizu Paulu at arminizadu e cantadu unas cantas de sas poesias prus bellas, comente “Toccheddos de coro”, “Su Carrasecare”, “A un’anzelu”, “A Zubanne Battista”.
Chin Zubanne Carrone e su grustiu suo “Bocheteatro” s’at colau annos e annos paris, fachende una esperientzia teatrale chi l’at cunsentidu de presentare, in diversas biddas de Sardigna, s’ispetaculu “Cantos de amistade”. In sa rappresentassione interveniat peri Zubanne, a retzitare poesias e contos de Frantzischinu Satta.
In s’aprile de su 2000, at publicadu su ’e tres volumenes “Incantos- Su prantu cubau” (Ediz. Solinas , cun tradussione a fronte e glossariu) cun s’isterrida de Innassiu Delogu e de sa fiza Rosalba.
Su libru - non namus chi siat s’urtimu, ca medas poesias isettant galu e sunt chircande sa luche ( sos amicos custrintos ammentant “S’ istrada ’e Larentu”, poesia jocallera, de sas prus bellas chi si potant bisare) – est dedicadu a su fizu Paulu, mortu in antis tempus, propiu s’annu in antis, in condissione galu de acclarare. “A fizu meu- si leghet in sa dedica- zovanu de sentimentos innidos e de bertudes cristallinas, semper prontu a facher cosas bellas”. Dae cussa morte su poeta - zai provadu , in annos colaos dae sa morte de sa muzere e, ecante in antis, peri dae sa morte de unu fizu ’e pacos meses – non s’est prus illepiadu, e sende chi lu disiziat meda de publicare, in antis de sinch’andare, unu libru de contos a su cale aiat peri dadu su titulu “Si Deus cheret”.
S’est arresu a sa morte su 25 de tribulas de 2001, in su matessi mamentu chi Piero Marras , in s’anfiteatru nugoresu, cantaiat “Bae luna”: “Bae luna, allughemi sa bida Bae luna, allughemi su coro… Diat esser bellu, luna, inoche a morrer goi…”.
Pacos meses a pustis mortu, su 9 de maju de su 2002, sa Comuna de Nùgoro l’at cherfidu amentare intitulandeli una via, pro meritos de s’arte sua, acurtzu a ub’est naschidu e mortu.
De issu G. Susini at iscrittu:
“Franceschino Satta è stato - e rimane – il poeta della solidarietà umana, dell’amicizia, dell’amore della natura come creazione divina, degli affetti familiari… Mi pare di poter dire che la più interessante voce poetica in sardo è oggi quella di Franceschino Satta, il quale è dunque il vero erede di Montanaru”.
(da “Su mezus de sa poesia nugoresa” Ed. Monte Gurtei 2002 Nùgoro Autori: P. Mesina, M. F. Ortu, C.A. Mulas , Mario Sanna)
Ricordo di un padre poeta
Rosalba Satta Ceriale — 2001
Nel momento in cui mio padre ha esalato l’ultimo respiro ho avuto la nitida sensazione che il cielo, che lui, da sempre, aveva teneramente cantato nei suoi versi più belli, si rimpicciolisse per fargli da culla.
Così ha avuto inizio il suo volo "in sas campuras de su chelu"
Ho avuto il grande dono di vivere con lui gli ultimi mesi della sua vita.
L’essergli stata accanto è stato un privilegio, un regalo.
Sapevo che il tempo a sua disposizione non sarebbe stato tanto e , nonostante l’angoscia iniziale e la tristezza che mi mordeva l’anima, ho "bevuto" e assaporato quei momenti sforzandomi di viverli quasi con allegria, perché sapevo che lui, da attento osservatore, avrebbe letto i miei atteggiamenti e scrutato il mio sguardo.
Senza apprensione io, figlia "diventata" mamma, avrei pensato al suo presente e lui ,padre diventato figlio, con fiducia e ottimismo avrebbe dovuto pensare anche al suo futuro, al suo libro di racconti da pubblicare, alla sua ultima creatura poetica –" Incantos Su prantu cubau"- da presentare e poi, ma solo poi, a una bizzosa glicemia da tenere sotto controllo… In fondo era solo quello il problema…così, almeno, noi figli, nel tacere parte della verità, pensavamo d’averlo tranquillizzato. Ma, forse, lui intuì subito tutto.
"Mi dispiace per il dispiacere che ti sto dando" mi disse, quasi scusandosi , in una giornata qualunque del mese di aprile, sapendo quanto fosse intenso il mio amore per lui e quanto avrei sofferto…dopo.
Non ricordo che cosa risposi, ma so che feci finta di non capire ed entrai ancora di più nel mio ruolo di madre attenta e premurosa, non dimenticando, però, d’essere anche figlia orgogliosa di un padre stupendo al quale, soprattutto ultimamente , mi divertivo a domandare ,in tono provocatorio, sottintendendo una risposta logica: "Indovina chi è che ti vuole benissimo?!" E da figlia, mi piaceva tantissimo sentir rispondere: "Tu".
Ricordo d’aver riso con lui così come non mi accadeva da tempo, e d’averlo abbracciato e baciato come mai prima…vincendo quella mia quasi innata fragilità che mi ha sempre impedito di scoprirmi troppo dal punto di vista emozionale.
Ciò che ora mi porto appresso , e che rivedo e riassaporo, sono proprio quelle tenerezze.Quei baci continui. Quelle carezze.
E le nostre chiacchierate! Si parlava di tutto. Della sua infanzia ("Cando fippo pizzinnu/ fippo su re ‘e su mundu. /Toccabo sos isteddos/bolande in chelos innidos"),della poesia "che va cercata e non va spiegata" ("…e si t’azzapo, tando, in cada versu/tocco,serenu,sole, chelu e luna,/e divento su mere ‘e s’universu"), di Montanaru, che considerava il più grande poeta in limba, dei suoi primi anni di insegnamento, della sagacia del padre, degli occhi verdi della madre, dell’unica sorella amatissima alla quale telefonava spesso, soprattutto in quest’ultimo periodo, per poi commuoversi come un adolescente. ("Ti cherjo bene", gli sussurrava la sorella. E il suo "Finzas deo" era sempre accompagnato da un sussulto e da lacrime. Ricordo…mi commossi, e mi spaventai, perché mio padre non pianse mai prima di allora…nemmeno nei momenti più duri e impietosi della sua vita).
Si parlava di tutto…Dell’affetto sincero per Piero Marras , Alessandro Catte e Giovanni Carroni, del rapporto fraterno con Tonino Ruiu e Salvatore Pirisi, dei vari cori di Nuoro, degli "Istentales" che non avevano ancora armonizzato una sua canzone, della stima per don Floris - le cui visite erano per lui motivo di grande conforto -, della Nuoro di ieri: "Fit un’incantu! S’incurbiajola/ cantabat muttos pro santu Sidore. / Sos crios currilaban chin ardore / in sa prus bella amena biddizzola."
Si parlò per giorni di quel magico 29 agosto del 1991 quando, l’allora sindaco Simonetta Murru, in occasione della festa del Redentore ,gli conferì il titolo di cittadino illustre .
E poi, quanta emozione, nel ricordare il prestigioso primo premio al concorso "Città di Ozieri"!
Parlò anche del suo esordio come poeta, avvenuto verso i 60 anni, attraverso le pagine di "Frontiera", di "S’Ischiglia", e de "L’Ortobene" (che allora, oltre 25 anni addietro, era diretto, se non ricordo male, da don Delogu ). " Difendes s’operaiu/ cada traballadore / chin iscrittos chi balen un’ispantu. / Ses che bonu massaju/ chi ghettat su labore / chin sas manos benittas d’unu santu./E chene museruola/ in artu bolat sola/ sa libertade bera. Cada tantu /s’intendet s’armonia/ de sa prus bella, antica poesia."
(Entrambi sceglievamo di parlare di cose belle e positive…probabilmente con la speranza - illusione che i fatti tristi e/o meno graditi venissero dimenticati, o accantonati…)
Ma soprattutto amava parlare della luce degli suoi occhi: di Paolo, il figlio prediletto scomparso, e mi chiedeva quotidianamente di poter ascoltare il nastro su cui erano incisi il suo canto e la sua musica. "Canta!- si legge in una delle sue liriche a lui dedicate –b’est su Redentore de sos chelos soberanos. Canta! Ahiò, dami sa manu chi m’abbrandit su dolore".
Più di una volta lo sentii sussurrare un sofferto e convinto "Che peccato!" ,riferito al fatto che il figlio non ci fosse più; più di una volta lo sentii cantare "insieme a lui" i suoi versi più belli.
E più di una volta lessi nel suo sguardo il grido della sua anima per quel distacco inaccettabile. "Commo dego so solu,non so prus nemmos.Mi mancat tottu, mi mancat sa forza, su corazu, su briu, sos alentos chi fachen bellu s’omine in sa bida. Mi mancas tue, fizu "
Fu dalla morte di Paolo che mio padre cominciò a godere sempre meno dei colori del giorno, ad arrendersi, ad essere diffidente, arrabbiato con la vita. L’ ha capito bene Gigi Sanna, leader degli "Istentales" che, in una intervista rilasciata poco dopo la sua scomparsa , ha così dichiarato: "Purtroppo una parte di lui era morta da diverso tempo, da quando suo figlio Paolo cessò di vivere in tragiche circostanze…".
Mio padre Era – e lo sapeva! - il mio gigante buono, l’approdo sicuro, l’amore senza confini, la poesia vissuta e riproposta quotidianamente.
Se ho imparato a credere nel vero amore è anche perché ho visto e "toccato" l’amore immenso che lo legava a mia madre , alla quale dedicò, prima che lei morisse , una delle poesie più toccanti, e più amate da noi figli: "A ti l’ammentas cando in pizzinnia/ bolabamus in artu, in sas istellas,/nandenos sempre solu cosas bellas/ in d’unu chelu tintu ‘e fantasia?/ Su mundu fit arcana sinfonia: / ca bi fis solu tue, tue ebbia."
Il giorno di Pasqua – si trovava con me a Budoni - e il 2 maggio – nel reparto di geriatria dell’ospedale di Nuoro – mi dettò le sue ultime due poesie. La prima dedicata a Paolo e l’ultima ai miei 53 anni. Sono poesie inedite. Ne faccio dono ai lettori. E’ il suo saluto, il suo congedo poetico, il suo ultimo abbraccio terreno.
Nella sua stupenda "Ispadas de sole " – armonizzata magistralmente dal Coro Ortobene – mio padre scrive: "Cherjo binchere,gherrande chin ispadas de sole…". E lui, se alla fine, stremato, si è arreso alla malattia perdendo una battaglia, ha vinto la guerra contro la morte… perché con i suoi versi di seta ed il suo straordinario esempio di vita ha saputo costruire la sua immortalità.
Sono comunque profondamente convinta che gran parte della sua vita sia stata, più che una vittoria, una conquista: di affetti corposi e di sentimenti genuini , che ha saputo trasmettere con una generosità senza confini "isparghende a su bentu/ profumos d’amistade/e prendas de birtude/ chin sa luche ‘e su coro, e chin s’alentu de su dirittu umanu".
Oggi, che più di ieri, mi porto appresso e dentro l’anima il suo profumo di buono, penso che il dolore, immane, della "perdita" non supera la gioia, immensa, d’averlo avuto come padre.
Ed ora mi piace pensarlo accanto a coloro che lo amarono di un amore vero e profondo, e a un passo da quel Dio che ha spesso cantato:
"Deus meu chi t’adoro l’ischis…Nara, ite t’ impinno? Devotissimo mi sinno Devotissimo t’improro."
Versi in memoria
Ricordi
a mio padre
Il pensiero
inzuppato di buono
danza parole chiare
ossigenando il cuore…
Ancora e ancora… grazie.
Rosalba
L’addio a Franzischinu Satta — Nei suoi versi la Nuoro più autentica
Giuliano Marongiu — La Nuova Sardegna, 27 luglio 2001
"La città onora la memoria del suo grande poeta - ha detto l’assessore alla Cultura Roberto Deriu – ha cantato la Nuoro autentica e profonda. La dolce malinconia dei suoi versi resta diffusa nel nostro cielo, chiusa nel nostro cuore, insieme al ricordo di questo grande concittadino".
Pubblichiamo il ricordo e la testimonianza di Giuliano Marongiu, appassionato conoscitore delle tradizioni popolari sarde, che di Satta è grande ammiratore.
Una delle voci più intense di Nuoro si è spenta all’improvviso.
Franceschino Satta, il poeta, è morto.
Se n’è andato per sempre da protagonista, in una delle tante notti di luglio, lucido ma provato dalla sofferenza che da un po’ di tempo ormai accompagnava le sue giornate.
A lui si devono le atmosfere più fluide dettate da una creatività intrisa di malinconia e sentimento, evocazioni elaborate con sofisticata ricerca di vocaboli e suggestioni antiche.
Era nato a Nuoro il 16 settembre 1919.
Ha indossato la passione della poesia affacciandosi alla vita: compone fin dall’età dei tredici anni, ma il suo primo volume " Cantos de amistade " viene pubblicato solo nel 1983, con 64 anni ormai compiuti. è il titolo della sua prima raccolta di versi, alla quale segue, nel 1992, "Ispadas de sole" e poi l’ultima opera, recentissima ,denominata "Incantos –Su prantu cubau".
Tanti i riconoscimenti ottenuti nei vari concorsi di poesia ; uno su tutti: il primo premio per la lirica"Ispadas de sole" al Città di Ozieri.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo.
Ero stato chiamato a presentare, il 23 dicembre scorso, il concerto di Natale 2000 che riuniva il Coro Ortobene di Nuoro e la pianista nuorese Pierpaola Porqueddu nella cattedrale di Nuoro.
Una serata davvero magica, ricca di fascino e di suggestioni indimenticabili.
Nell’annunciare l’esibizione di un canto costruito su una delle sue più belle poesie, ho speso alcune parole per sottolineare la sua grandezza, ignaro del fatto che lui fosse presente: lo vidi venirmi incontro dal fondo della chiesa, leggermente chino e avvolto nel suo cappotto verde, custode di emozioni prima covate e vissute, poi regalate.
L’ emozione in quel momento fu fortissima: tutti i presenti, tantissimi, si alzarono in piedi per applaudirlo.
Quasi un segnale, un saluto, forse un congedo.
Poco dopo, nella sacrestia, mi raccontò della sua amicizia con Antioco Casula "Montanaru", del suo amore per la poesia e per
l’ insegnamento.
Decidemmo insieme di raccontare la sua storia a "Sardegna canta". Con la produzione, in quell’occasione , allestimmo una trasmissione interamente dedicata a lui: avevamo invitato tanti ospiti che negli anni avevano cantato, letto e interpretato con passione e ammirazione la sua poesia.
Tutto era pronto: la notte precedente la registrazione (fine gennaio) venne colto da malore: realizzammo comunque il programma così come l’avevamo concepito. Mi inviò in regalo i suoi libri con dedica affettuosa, grato e felice.
L’ ho sentito diverse volte per telefono, ma non l’ ho più visto. Pochi istanti dopo aver appreso la notizia sul palco dell’anfiteatro di Nuoro, Piero Marras ha intonato, insieme al Coro Ortobene "Bae luna", il brano contenuto in "Tumbu" con testo di ziu Franzischinu.
"E’ stato un momento che non dimenticherò mai – commenta il cantautore- era in programma e proprio in quel momento è arrivata la notizia. La reazione del pubblico è stata bellissima: un applauso lungo,caldo, intenso. Franceschino Satta, poeta vero e accessibile, aveva la capacità di descrivere Nuoro in un modo in cui tutti vorrebbero che fosse e non è più. Sapeva raccontare.Respiravi nelle sue "visioni" il senso della protezione, le storie e le solidarietà dei vicinati di una volta. Qualcuno ha detto che quando un poeta se ne va, se ne vanno via mondi, memorie".
Alessandro Catte, tra i tanti direttori dei Cori di Nuoro che hanno armonizzato e reso fruibili sotto altre letture, le poesie di Franceschino Satta, lo ricorda così: " Il nostro era diventato quasi un rapporto di convivenza, negli anni. Frequentavo la sua poesia e ne ero incantato: dalla forza dei contenuti e soprattutto dalle forme irregolari della sua esposizione. Credo di aver guadagnato la sua stima soprattutto quando ho musicato i versi straordinari di "Ispadas de sole", a suo dire il pezzo più amato: è stata quella un’impresa difficilissima poiché il lavoro era molto complicato, ma la soddisfazione di entrambi diventò commozione.
Era un uomo buonissimo, uno spirito adolescenziale. Gli sarò grato per sempre".
Anche Gigi Sanna, leader dei popolarissimi Istentales, ricorda la bontà del poeta nuorese :
"Purtroppo una parte di lui era già morta da diverso tempo, da quando suo figlio Paolo cessò di vivere in tragiche circostanze che fecero discutere molto.
Gran conoscitore della lingua nuorese e dei vocaboli oramai in disuso, ci fu di grande aiuto in diversi passaggi delle nostre composizioni".
"Per noi musicisti – aggiunge ancora Gigi Sanna – adesso resta il profondo rammarico di non aver interpretato, quando ancora era in vita, una sua poesia. Lo faremo sicuramente. E’ il giusto e doveroso omaggio che dobbiamo rivolgere a un uomo che ha descritto la nostra storia e il nostro modo di essere.
Insomma , rappresentava la vita e la memoria della nostra comunità. Le sue poesie sono piccoli quadri che colorano di antico".
(da "La nuova Sardegna" del 27 luglio 2001)
L’amico di Montanaru
Piera Serusi — L’Unione Sarda, 25 agosto 2001
Ricordo di Franzischinu Satta: il compianto poeta, scomparso il mese scorso. Nella Sagra del Redentore di dieci anni fa si emozionò nel ritirare il premio di nuorese illustre.
Alla fine persino la poesia era diventata troppo pesante. Contare le sillabe,e disporre i versi con la mano levata, e riafferrare ogni volta dentro una nenia quelli già scritti… che fatica alla fine.
Franzischinu Satta se n’è andato neanche un mese fa, a ottantadue anni, vinto da un tumoraccio all’intestino e dalla fatica di tre by-pass. "Mi dispiace per il dolore che vi sto dando", disse ai figli il giorno di Pasqua, e lo disse apposta perché tutti sapessero che lui sapeva. E così, da quel giorno, non parlò più del libro che avrebbe presentato appena in salute, né accennò ancora alla raccolta di storie già scritte, da pubblicare "candu Deus cheret".
Se n’è andato a cavallo della luna, come soltanto i grandi poeti.
Duecentocinquanta premi, tre libri pubblicati, decine di versi imprestati ad Alessandro Catte del Coro Ortobene e a Piero Marras. Se n’è andato giusto prima della "festa grande" per il centenario,ché tanto i versi per il Redentore li aveva scritti tutti, figurarsi. Per il Redentore e per quella vecchia Nuoro raccontata da lui, santupredinu di dolcezza feroce e scandalosa.
"Mi è gradito comunicarle che il giorno 29 agosto, in occasione della festa del Redentore, Le conferirò il titolo di cittadino illustre". Ricevette la lettera del sindaco Simonetta Murru che era il 12 agosto di dieci anni fa. Franzischinu Satta la lesse due volte,poi andò in tipografia, fece fare sei fotocopie plastificate e le spedì via posta: una per ciascuno dei figli.
Diventò "cittadino illustre" con indosso il primo abito acquistato in vita sua, ché sempre aveva portato quelli rivoltati e cuciti dalla moglie Vincenza.Lo stesso abito che portava il giorno in cui accompagnò all’ altare il figlio Gavino, quello acquistato coi soldi che la figlia Rosalba gli volle donare non appena ebbe il posto da maestra e uno stipendio di 160 mila lire. Diecimila al mese, metà anni settanta. Lui non li voleva, "Figlia mì, a babbo non servono", proclamò, e lei si chiuse in bagno a piangere disperata. "Vabbé, li voglio", disse alla fine lui per calmarla e per farla sentire importante.
"Mi dispiace per il dolore che vi sto dando", ripeteva lui poeta vinto e malato. E contava le sillabe per catturare le storie, mamma Rosaria con gli occhi di mare, babbo che faceva il tassista, e tziu Bobore, anarchico emigrato in America nel 1910, che pensava in sardo e parlava in inglese.
Il vino di Marreri, e di quando da bimbi si lavorava come dischenteddos, apprendisti dal falegname di via Roma, e l’acqua buona di "Funtanedda",la prima sigaretta che lo fece svenire, e il vicinato di "Santu Predu". Gli anni Quaranta di giovane maestro elementare a Desulo quando si andava in bicicletta e diventò molto amico di Montanaru che era "grande quanto padre Luca Cubeddu", e l’amore e le poesie per la moglie, e lo strazio per la morte del figlio Paolo, e l’affetto per tutti i suoi alunni.Lo "fregarono", questi, una volta. Qualche anno fa… Erano i vecchi bambini della prima D del ’56- ’57. Lo attirarono con una scusa nelle vecchie scuole Podda, stessa classe, stesso registro di allora. Lui se li vide davanti e fece l’appello come una volta, però con emozione.
L’emozione di quando pubblicò il primo libro, a 68 anni. E poi gli altri due, e vinse tutti quei premi. L’emozione di quando ascoltava le sue poesie raccontate dalla voce di Piero Marras, e di quando andava a sentire la prove -serate di allenamento e vino rosso accompagnato con salsiccia - del Coro Ortobene: i suoi versi musicati da Alessandro Catte.
"Bae, luna accendimi la vita…Diat esser bellu,luna, inoche a morrer goi…"Era morto da appena qualche minuto ziu Franzischinu, e Piero Marras e il Coro Ortobene – che quel giorno cantavano all’Anfiteatro comunale - lo vollero salutare così… Un grido di versi gemelli scritti dallo stesso Marras su una poesia di Franzischinu Satta "…Bae, luna accendimi il cuore. Sarebbe bello, luna, morire qui, così".
(da "L’Unione sarda" del 25 agosto 2001)
Franceschino Satta e il suo “Cantos de amistade”
Paolo Pillonca — Prefazione a Cantos de amistade, luglio 1983
Francescano Satta - per naturale ritrosia al protagonismo – s’è deciso soltanto nell’ultimo decennio a pubblicare i suoi versi. Ne aveva sempre scritto, di nascosto , fin dalla prima infanzia. Ma il suo essere poeta era un segreto custodito gelosamente e svelato soltanto ad una selezionata cerchia di amici.
Uno dei primi a sapere della sua passione per l’ amabile dono delle Muse fu Antioco Casula "Montanaru", che Satta conobbe a metà degli anni quaranta quando – giovane maestro – fu destinato alle scuole di Desulo.
Non mancarono le esortazioni, ma Franzischinu resistette, allora e per diversi lustri anche in seguito. Finché gli inviti divennero pressanti e lui ruppe il ghiaccio incontrando subito notevole favore presso le giurie che presiedono ai concorsi in limba.
Così son venute fuori le cose "semplici e vere" che gli son care: il ricordo struggente della rude giovinezza nuorese , cantato, però, senza ombra di mitizzazione e soprattutto senza l’ angustia intellettuale del "laudator temporis acti"; i sogni puliti e tersi dell’ età successiva, vivificati alla luce di una fede in un mondo liberato dalle miserie terrene (Satta è quel che si direbbe un "socialista di Dio"); i canti sociali e i messaggi d’amore che traggono forza da immagini fresche e originali.
Una varietà di filoni attraverso cui il verso del poeta si libra senza le ombre che troppo spesso offuscano la strada a chi si fa sedurre dal fascino di una monodìa alla lunga fastidiosa. Ma in questa varietà sembra di poter cogliere ugualmente un motivo predominante e – si potrebbe dire – unificatore: la capacità – che si mantiene intatta negli anni – di prestar fede ai sogni.
Condizione essenziale per chi fa poesia , la forza di sognare ("E dego sonno galu") conserva al poeta l’animo di quel fanciullino di cui parlava Giovanni Pascoli e gli permette di non arrendersi mai, nemmeno davanti alle disillusioni più crude. Franceschino Satta ha la corazza interiore che gli consente di procedere oltre. E di non invecchiare "dentro", anche , dono peculiare di chi coltiva la poesia. Forte di un tirocinio lungo e sofferto nella palestra ideale del verso ,Franzischinu ha le carte in regola anche dal punto di vista tecnico ( ammesso che i poeti seguano un qualche "binario" prestabilito). In questa raccolta si potrebbe perfino documentare l’evoluzione formale formale cui Satta è andato incontro, dal patrimonio della tradizione nuorese ai modi di espressione poetica tipica del nostro tempo, cui il verso barbaricino si piega con una duttilità senza dubbio eccellente.
Il libro – arricchito da pregevoli "intuizioni" di Salvatore Pirisi – incontrerà sicuramente la buona fortuna che merita e che gli auguriamo di tutto cuore.
(Prefazione "Cantos de amistade", luglio 1983)
Franceschino Satta, il poeta di “Ispadas de sole”
Giulio Cossu — Prefazione a Ispadas de sole, 1992
Più che di una modesta presentazione introduttiva quale deve essere necessariamente questa mia, anche per esigenze editoriali, la raccolta delle poesie di Franceschino Satta, richiederebbe un lungo e approfondito saggio critico.
Questo perché la raggiera degli spunti è molto nutrita, e l’ ispirazione che alimenta le composizioni si articola in tempi diversi; abbraccia anzi un lungo arco di tempo: vorrei dire tutta una vita.
Cogliere queste fasi dell’ ispirazione non è facile , perché diversi sono gli influssi che su di esse si riflettono.
Costanti ritorni vittoriosi nei concorsi regionali di poesia in limba hanno portato alla ribalta, col corredo dei premi più prestigiosi del momento, il nome di questo poeta, già affidato ad una valida notorietà.
Ma questo volume che ha il carisma dell’ opera omnia è tutt’altra cosa dell’ effimero successo, molto spesso locale o paesano di sagra (e non c’è sottovalutazione in questo) che la poesia isolata può dare ad un autore.
La costante del volume è la robusta incisività della parlata nuorese, tutta forgiata in un’ officina personale di antico artigiano esperto nella tempra di spade di sole. La necessità espressiva indispensabile per ogni poetica è quindi garantita da questa base, che è utilissima e indicativa anche per chi si occupa oggi in Sardegna solo ed esclusivamente di linguistica.
L’ estrazione linguistica di Franceshino Satta è dotta e lontana dalle esitazioni così avvertibili nell’ambito del popolare e del dilettantistico. Primo notevole merito, dunque. C’è poi "altro" della raggiera multicolore degli spunti e delle tematiche che un acuto osservatore di estrazione strutturalistica affiderebbe a un grafico a cerchi concentrici più che stratificati.
Il cerchio iniziale è quello dell’orizzonte di Nuoro, di cui si valorizzano i ricordi gloriosi del passato che emergono però anche da una compiaciuta valorizzazione di paesaggio inconfondibile, cittadino ed extracittadino.
Poi si passa il confine più vicino, che ci inoltra nel campo fiorito degli affetti e di un memorialismo tutto umano che, a volte, assume i contorni di un bozzetto satirico.
Un altro valico ci immette in un’ altra, vorrei dire, "tanca" conclusa di affetti familiari e di amorevole rievocazione di solennità festose.
Da queste piste di lancio parte l’ ispirazione più alta dei difficili interrogativi esistenziali che richiamano i pessimistici e filosofici perché leopardiani. Questa ispirazione spazia anche nei più alti orizzonti esistenziali. Il richiamo frequente alla moralizzazione fa la sua insistente e importante comparsa. Moralizzazione venata a volte di cattolicesimo che redime, a volte di sani principi pedagogici attinti evidentemente dalla scuola , a cui il poeta è stato sempre vicino, e all’ insegnamento , forse più garante, di una volta.Ma l’appello alla morale ha radici più profonde, filosofiche e laiche. "Il tempo, artefice di dolori, con spintoni maldestri ci scaraventa in bacini di fango, dove la morte attende con sorrisi ipocriti per predarci meglio le perle dell’anima".
Vien da pensare alla luce della nuova realtà dell’ ultimo dopoguerra, quando i letterati italiani si son posti, con intensa responsabilità, il problema del "che fare".
La poesia del tempo del fascismo fu accusata di colpevoli silenzi e di essere esangue, povera di rapporto con la realtà e, come si dice oggi, col sociale.
La nuova cultura, fino ad oggi, non vuole più consolare l’uomo ma liberarlo. Miseria e sfruttamento assumono ancora, e hanno assunto, la patina non sempre formale del marxismo e del socialismo.
La rappresentazione della realtà anche in poesia , persino in quella lirica e prettamente intimistica, preferisce la presa diretta.
M pare che in questo pregevole volume ci sia un’ eco abbastanza differenziabile di tutto questo. Ne fa fede la ricorrente ansia di libertà e l’uso benefico, chirurgico della spada di sole di uno sdegno tutto sanguigno che vuol risanare tante piaghe aperte della società contemporanea. Dalla patria di Grazia Deledda e di Sebastiano Satta non poteva non arrivare alla marca di fabbrica di ottima tessitura anche questo ampio e colorito arazzo poetico.
(Prefazione de "Isapadas de sole"1992)