
NUORO: “Aguas” y “Lejos”
La letteratura latinoamericana protagonista
Nella sede dell’Associazione I.B.I.S. di Nuoro, lo scorso 6 marzo, è stata protagonista la letteratura latinoamericana con i due ultimi volumi della collana Dedalos:
- “Aguas – dodici racconti da Panama”
- “Lejos – sedici racconti dal Perù”.
Lisetta Bidoni, coordinatrice dell’incontro e da sempre sensibile alle vicende latinoamericane, ha introdotto il progetto editoriale Dedalos dedicato alla “cuentística latinoamericana”, che, oltre ai due volumi oggetto dell’incontro, ne comprende altri cinque: “Heridas” (racconti dalla Colombia), “Calles” (13 racconti dalla Bolivia), “Tintas” (13 racconti dal Cile), “Vidas” (13 racconti da Cuba) e “Tierras” (13 racconti dal Messico). In questi volumi il “cuento” ossia il “racconto” assurge a strumento narrativo privilegiato per raccontare la realtà del continente sud americano e quindi raccontare trasformazioni sociali, migrazioni, identità culturali e speranze.
Ha quindi presentato le relatrici: la professoressa Maria Cristina Secci, docente associata presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni culturali dell’Università degli Studi di Cagliari e coordinatrice della collana; la presidente dell’associazione Haydée Bermudez Guevara, e l’architetta Carmen Garfias.
La prof.ssa Secci, intervenuta da remoto, ha spiegato che gli autori dei cuentos raccolti nel libro sono scrittori noti e meno noti, nati tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Novanta, mentre i traduttori, dalla lingua spagnola in lingua italiana, sono i suoi studenti dell’Università di Cagliari. I racconti, destinati a un pubblico variegato, offrono un ritratto dell’America Latina come una realtà in cui convivono memorie e culture diverse e restituiscono la “geografia spirituale” del paese, dove passato e presente si intrecciano, dove tradizione e innovazione dialogano continuamente; pertanto i cuentos possono accompagnare i viaggiatori che si recano in quei paesi.
Viene data la parola a Haydée Bermudez Guevara, panamense con cittadinanza italiana, la quale dapprima sottolinea come parlare di Panama significhi inevitabilmente confrontarsi con la presenza del Canale di Panama, una delle opere ingegneristiche più importanti del mondo, e che rappresenta un simbolo storico e culturale che ha segnato profondamente l’identità del paese.
Ricorda quindi il suo iter di costruzione. L’idea di creare un passaggio tra l’oceano Atlantico e il Pacifico risale al XVI secolo, quando il re Carlo V di Spagna intuì il valore strategico di un collegamento tra i due oceani nell’istmo di Panama. Il progetto rimase a lungo solo un’ipotesi, fino a quando, nel XIX secolo, la Francia tentò di realizzarlo sull’onda del successo del Canale di Suez. L’impresa iniziò nel 1881 ma fallì pochi anni dopo. All’inizio del Novecento furono gli Stati Uniti a riprendere il progetto, completando l’opera nel 1914 grazie a un complesso sistema di chiuse con l’utilizzo di acqua dolce e non di mare. Gli Stati Uniti ottennero il controllo di una vasta fascia di territorio, creando di fatto un’enclave americana nel cuore del paese. In quel periodo, nella Zona del Canale, amministrata dagli Stati Uniti, sventolava soltanto la bandiera americana, la lingua ufficiale era l’inglese e le leggi in vigore erano quelle statunitensi. Gli estranei nel loro paese erano i panamensi, ai quali era precluso anche l’accesso.
Nel rievocare questa pagina di storia di puro colonialismo che durò per decenni fino al 1999, storia segnata da una lunga rivendicazione di sovranità nazionale, la relatrice si commuove e, con rammarico, evidenzia che, nel contesto internazionale attuale, il tema del canale continua a riemergere nel dibattito geopolitico. Con il ritorno alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, e con dichiarazioni che mettono in discussione equilibri e accordi internazionali consolidati, riaffiora anche il timore di una rinnovata pressione americana sul Canale di Panama.
A tutti i numerosi astanti presenti all’incontro è apparso chiaro ciò che il canale ha rappresentato e rappresenta per il paese, una sorta di “cicatrice” che divide e unisce allo stesso tempo, influenzando la storia e l’immaginario collettivo, ed è stato chiaro anche il perché del titolo ”Aguas” ossia “Acque”.
È stata quindi la volta della relatrice Carmen Garfias, peruviana con cittadinanza italiana, la quale esordisce sottolineando che per comprendere la profondità culturale del mondo latinoamericano evocato nei racconti, è utile ricordare che l’America precolombiana ha dato vita a civiltà immense come quelle dei Maya, degli Aztechi e degli Inca; civiltà che svilupparono sistemi complessi di osservazione del cielo, utilizzando le stelle per l’agricoltura e la navigazione, elaborando calendari solari estremamente precisi e riuscendo a prevedere eclissi solari e lunari grazie a lunghe osservazioni e a metodi basati sulla ciclicità dei fenomeni astronomici.
Con l’arrivo degli spagnoli la struttura demografica e sociale del continente subì profonde trasformazioni, si formarono nuove identità etniche e sociali inserite in un articolato sistema di caste.
Ad accomunare gli autori raccolti nel volume è la loro condizione di lontananza dal proprio paese, da cui il titolo “Lejos” ossia “Lontano”. Molti di loro vivono lontano dal Perù, e scrivendo trasformano la distanza geografica in uno spazio di memoria e di riflessione.
Carmen Garfias ha letto alcuni brani dell’antologia, accompagnata con la chitarra dal musicista Battista Giordano. Mentre leggeva, la sua voce tradiva una visibile commozione, commozione che ha trasmesso a tutti i presenti nella sala.
Intanto nella mia mente riaffioravano due celebri frasi.
La prima, quella della nostra Grazia Deledda, “Noi siamo sardi…”: come la Sardegna è stata un mosaico di popoli e culture (sardi, fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini, pisani, genovesi, spagnoli, piemontesi) anche l’America Latina è stata un mosaico di popoli e culture (Inca, Maya, Aztechi, meticci, creoli…) culture che si sono intrecciate con quelle dei colonizzatori europei e con le tradizioni africane portate dalle migrazioni forzate, dando vita a un patrimonio umano e culturale ricco, complesso e in continua trasformazione.
La seconda frase, della scrittrice peruviana Gabriela Wiener, “Migrare non è rinascere, è rinominare quel che già aveva nome”: chiarisce come la migrazione e la scrittura sono dei ponti tra luoghi, tra vite e tra tempi diversi, sono custodi di memorie che continuano a parlare anche lontano dalla terra d’origine.
Adesso non resta che attendere di vedere la raccolta sugli scaffali delle librerie, sia in lingua spagnola sia in italiano. Io, intanto, non vedo l’ora di poter leggere e assaporare uno a uno questi cuentos.
Maria Antonietta Mula