
Rosilde Bertolotti: una voce poetica volta alla descrizione della vita popolare sassarese
Il sassaresu, noto anche come turritanu e limbazu identitario della città di Sassari, ha una rilevante tradizione nella poesia.
Attraverso i componimenti dei suoi cantori Pompeo Calvia, Salvator Ruju ed altri rinomati, è stata elevata a lingua-dialetto di assoluta dignità letteraria che esalta in musicalità e contenuti “la boci” e lo spirito caratteristico della sassareseria; determinata dallo spirito dei sui cittadini, portati a una raffinata arguzia e senso ironico esistenziale ma anche ai forti legami di tradizione, di luoghi e di fede popolare. Di rilievo la produzione artistica di narrativa, l'espressione di opere teatrali e musicali vernacolari.
Nel panorama poetico di Sassari è di assoluto rilievo intellettuale la figura di Rosilde Bertolotti (Sassari 17 aprile 1904 – 16 ottobre 1975). Si diploma a soli 17 anni all'Istituto Magistrale e nell'immediato consegue l'abilitazione all'insegnamento, caratterizzandosi come maestra di grande sensibilità e umanità, oltre che “donna, signora, educatrice”.
Negli anni si fa apprezzare come autrice di racconti, ospitati anche sulle pagine della “Nuova Sardegna”, e nel 1953 pubblica la raccolta dal titolo “La paura del prossimo”; intanto coltiva con passione e brillantezza l'attività poetica.
Nel 1959 conquista il primo premio all'Ozieri – ex aequo con Pietro Mura – e “sdogana” il sassarese nel concorso letterario creato dal poeta Tonino Ledda; l'opera che riceve la legittimazione, nella massima competizione sarda e conquista l'unanimità critica, è Aggiu lu cori nieddu (Ho il cuore nero).
Per facilitare la comprensione e lettura dei suoi componimenti lirici, risolvendo così i dilemmi linguistici del sassarese, attua un percorso di scrittura che valorizza e semplifica l'ortografia con una estrema corrispondenza ai suoni di pronuncia.
I componimenti di Rosilde Bertolotti ricevettero innumerevoli premi-attestati e la significativa medaglia d'oro del Presidente della Repubblica, quale “riconoscimento per la sua produzione poetica, volta sempre alla descrizione della vita popolare sassarese”.
La città di Sassari ha onorato la memoria della poetessa con la dedica di una via e di una scuola primaria.
La Fidapa, di cui era stata orgogliosamente socia, gli ha intitolato un prestigioso concorso letterario, giunto alla XVI edizione, di poesia e prosa in lingua sarda.
Gianni Avorio, nel 2020 scrive di Rosilde Bertolotti, e recupera “la memoria di una poetessa conosciuta nel mondo della toponomastica sassarese più che in quello della poesia. Ho ripreso in mano i libri in mio possesso per rileggere con il piacere di sempre le meravigliose poesie di Rosilde Bertolotti, che amava la sua città e i suoi concittadini come pochi, e che, a giudicare da quanto scritto su di lei, ne riceve scarsa attenzione e studi praticamente inesistenti, se si escludono l’introduzione di Aldo Cesaraccio al libro di poesie Lassami fabiddà per le Edizione Poddighe nel 1976, poco più di sei mesi dopo la morte, e fuggevoli citazioni in qualche antologia di poesia sassarese. Mi lascio andare alla melodia e al suono delle parole cercando la corretta chiave di lettura. Rosilde è una donna, poetessa di vaglia, che maneggia la lingua sassarese come pochi altri, capace di scuotere anche gli animi più duri”.
E appunto Cesaraccio, nota ed evidenzia “La felicità dell'inventiva e dell'espressione” e soprattutto – scrive – di uno “stile or lirico or satirico, sempre vigoroso, essenziale, diritto allo scopo”; donando “del dialetto un'immagine vibrante, sapida, allegra”, in quadri sassaresi che documentano in poesia la viva vita popolare.
AGGIU LU CORI NIEDDU
Aggiu lu cori nieddu
da candu m'hani dittu
chi tu ti n'andi monza,
e vuraristhia chi no fussia veru.
Soggu giovanu, sanu, no mi manca
l'azza, ca mi cunnosci già lu sa,
eppuru no mi piazi
più nisciuna pizzinna, paschì pensu
all'occi toi chi fuggini li mei,
a chissa bocca bedda
chi no mi fazi mai la risa e abà
chi soggu lu mutivu
timu e mi disisperu,
eu chi no timu mancu li dimoni!
Ma no possu ghirrà contra lu zeru...
Ti veggu si tu passi i la carrera
dritta che accia. Tu no sei visthudda
a pruncinella
cument'e l'althri, tu no hai macchini
pa lu cabu, si vedi
chi di lu mondu no t'impostha nudda.
E a me mi piazi assai,
ma abà chi m'hani dittu
chi ti fai monza (ma paschì lu fai?)
aggiu lu cori pienu di tristhura.
Tu no hai permanenti,
no ti tigni li labbri, tu no baddi,
sei innuzenti che una criadura.
Lu to ispassu è la gesgia e lu cunventu
di li monzi. Hai vint'anni
e no t'abizzi di lu me' tuimentu.
E chiss'occi chi fuggini li mei
e abbaiddani a terra
cumprendu chi so occi di lu zeru.
Ahi! Vuraristhia chi no fussia veu!
HO IL CUORE NERO (traduzione di Tonino Ledda)
Ho il cuore nero da quando m'hanno detto che ti farai suora, e vorrei che non fosse vero. Sono giovane e sano, non mi manca l'ardire, chi mi conosce lo sa, eppure non mi piace più nessuna fanciulla, perché penso ai tuoi occhi che fuggono i miei, alla tua bocca bella che non mi sorride mai e, adesso che conosco il motivo, temo e mi dispero, io che non temo neppure i demoni! Ma non posso lottare contro il cielo.
Ti vedo se passi per la via dritta come un cero. Tu non sei vestita da “pulcinella” come le altre, tu non hai grilli per la testa; si vede che non t'importa nulla del mondo.
E tanto mi piaci. Ma adesso che mi hanno detto che ti fai suora (ma perché lo fai?) ho proprio il cuore pieno di tristezza.
Tu non hai la permanente, tu non balli, non ti tingi le labbra, sei innocente come una bambina. Il tuo ritrovo è la chiesa e il convento delle suore. Hai vent'anni e non ti accorgi del mio tormento.
I tuoi occhi fuggono i miei e guardano a terra e io capisco che sono gli occhi del cielo. Ahi, vorrei che non fosse vero!
(I poeti del premio Ozieri, a cura di Tonino Ledda, 1981, Cagliari, Ediz. Della Torre, 2 volumi).
Cristoforo
Puddu