Maralai è “la zona delle vigne”
di questo paese e, non a caso, la maggior parte delle uve che caratterizzavano
“quel rosso Nepente”, provengono da qui. L’esposizione
al sole di questa vallata, il terreno calcareo misto ad arenaria
in disfacimento, è da sempre il miglior invito per ogni appassionato
vignaiolo. Anche i venti, Levante la mattina e Maestrale nel pomeriggio,
sono spesso presenti, ma non in forma distruttiva. Non ultima, la
vicinanza al paese stesso dove, non pochi vignaioli lasciata la
macchina in garage e preferiscono recarsi in vigna a piedi. In particolare
le persone che lavoravano nel terziario, nella città vicina,
ne approfittavano per fare un po di movimento.
In questo paese quindi, non vi è persona, d’ogni estrazione
sociale o culturale che non abbia un vigneto a Maralai.
Nei fine settimana in particolare, pare che gran parte della popolazione
si riversi in questa zona, tanto è il brulicare delle persone
nei filari dei tanti vigneti.
Questa moltitudine di persone è composta da giovani che,
sulle orme dei padri non desiderano rimanere senza vigna e senza
“il mio vino”, ma anche da anziani dai quali si attinge
esperienza e suggerimenti per meglio gestire la vigna. Ed è
un’abitudine che, a fine giornata, non pochi vicini di vigna,
si riuniscono per un bicchiere di vino, raccontandosi della vigna,
di soluzioni, d’esperienze e di anedotti. Quest’ultima
è una prassi seguita da molti, tanto che, in questi momenti
conviviali, tutta l’argomentazione è indirizzata a
mettere in moto Tziu Franziscu, anziano e “guru” vignaiolo
locale che, con le sue storie ed anedotti ben raccontati e “caricati”
al momento giusto, la fa da padrone sugli astanti.
Ed è una di queste storie di Tziu Franziscu che vi voglio
raccontare, raccontata da lui e con lui l’attore principale.
Anche se il fatto era accaduto agli altri, egli la raccontava come
esperienza propria e con lui principale protagonista: così
era più vera e più credibile. Tziu Franziscu, racconta….
“L’uva stava maturando
bene ed era prossima alla vendemmia. Per quasi tutto il giorno,
avevo attaccato a traino dell’asino, alcuni cespugli robusti
e spinosi, tenuti a terra da un bel tronchetto di legno. Passavo
in mezzo ai filari facendo tanta di quella polvere che sembrava
ci fossero le grandi manovre del Terzo Cavalleria, tanto erano densi
i nuvoloni di polvere che si disperdevano nella vallata. Era un
lavoro che facevo non meno di una volta la settimana e le viti erano
quasi sempre grigio polvere.
Ridevano i vicini criticandomi perché ero rimasto a queste
usanze arcaiche mentre loro, con i loro trattorini ad allegro regime
di giri, usavano anticrittogamici ed in particolare l’ultimo
uscito e più miracoloso degli altri. Però, chissà
perché, non poche volte i loro vigneti erano colpiti dalle
più elementari malattie, mentre la mia vigna ad alberello
tutta impolverata, arrivava alla vendemmia rigogliosa e sana. Finito
il mio giro d’asino, slegavo l’animale e lo mettevo
all’ombra di una giovane quercia dove poteva rifocillarsi
con un bel cumuletto di paglia tenera, ed io come d’abitudine
mi facevo un giro nella chiusura periferica della vigna.
Un ceppo di vite che, nei giorni scorsi, avevo visto rigoglioso
e carico d’uva mi attirò l’attenzione: un bel
grappolo d’uva non c’era più! Era rimasto solo
il raspo attaccato al ceppo. A pochi metri, guardai la recinzione
e notai nella rete uno slargo di una ventina di centimetri di diametro.
Mariane (la volpe) aveva fatto visita alla mia vigna! Indispettito
per quella visita non autorizzata e minacciando tuoni e fulmini
a manca ed a destra, rammendai il buco nella rete con delle frasche
spinose, sicuro che nemmeno un porcospino avrebbe passato quello
sbarramento.
Nei due giorni successivi, verificai la rete di recinzione: tutto
a posto! Mariane aveva capito che il padrone ero io e che con Tziu
Franziscu non si scherzava ed era meglio non scherzare.
Qualche settimana dopo, mi arrivò la voce che, nelle vigne
di una zona non molto lontana, si stava diffondendo un po’
di Poronospora. Allarme recepito! Il mattino dopo, con il mio fido
asinello, via giù in vigna per operare con il più
antico antiparassitario: polvere, polvere, polvere. Iniziai l’operazione
dalla recinzione in alto dove era più asciutto e ben presto
mi son dovuto fermare: il foro nella rete era stato liberato e dal
ceppo di vite di fronte, un altro grappolo d’uva era stato
spogliato dei suoi chicchi. Ebbi quasi un travaso di bile e per
tutto il giorno, sollecitai come non mai il mio asinello per concludere
l’impolverazione di tutta la vigna. La povera bestia ogni
tanto girava il collo per guardarmi e sembrava dirmi: ma oggi, che
cosa ti prende? Perché tanta fretta? Così facendo
non impolveriamo bene la vigna e poi…
Alla fine dei lavori, andai nuovamente a verificare il varco riaperto
da Mariane. Sembrava un’opera d’arte, tutte le forti
e lunghe spine tagliate in circolare in modo da lasciar passare
l’intruso senza ferirsi.
Stavo per rinchiudere nuovamente il foro, quando pensai: “e
no, hai voluto la guerra e guerra sarà”. Ricordavo
che nella piccola baracca di pietre a secco e frasche, vi era una
vecchia tagliola. Dopo averle dato una bella ripulita, levata un
po di ruggine, ben oliata e pronta all’uso, predisposi la
trappola proprio nel varco della recinzione utilizzato per il passaggio
di Mariane.
Passavano i giorni, una settimana, ma non successe niente. Pensavo
fra me: “forse Mariane si è accorto del pericolo ed
ha cambiato vigna da visitare”. Mi ero pure dimenticato della
trappola quando una mattina, gironzolando fra i filari, mi sembrò
di sentire uno squittio che, ad intermittenza, proveniva dal punto
dove avevo messo la tagliola. Incuriosito mi sono diretto verso
la direzione da dove venivano i lamenti, ed eccoti la sorpresa:
il mangiauva in trappola!
Mariane, era una giovane volpe, con un viso elegante, dai lineamenti
delicati ed un manto di peli che sembrava fosse uscito da una moderna
parrucchiera. I riflessi del sole, resi intermittenti dalla frasche
della recinzione mosse da un dolce levantino, rendevano quella pelliccia
aristocratica, piena di colori cromatici.
Mariane non squittiva più e mi guardava con sguardo compassionevole.
Io mi ero mezzo accovacciato di fronte e guardavo con la curiostà
di un bambino quell’essere tenuto prigioniero. Come mai non
ero arrabbiato? E cosa aspettavo a dargli un colpo in testa e farla
finita? Avevo raggiunto il mio scopo: l’avevo catturata, non
mi avrebbe mangiato più l’uva, non avrebbe fatto danni
ad altri, potevo ammazzarla, vantarmene con gli amici e poterne
ricavare anche una bella pelliccia.
Sembravo un giudice che, in pieno processo penale, impersonavo tutte
le parti: accusa, difesa e corte giudicante!
Stetti così per non meno di un’ora. Un tempo lunghissimo,
trascorso senza proferir parola, nè da Mariane arrivava un
solo squittio.
Il vento stava cambiando direzione. Il Levantino stava cedendo il
posto alla brezza di Ponente che portava un’alito più
fresco. Lo stare sotto il sole con la sola camicia, mi aveva fatto
sudare ed ora, dopo tanto stare seduto, sentivo qualche brivido
nella schiena umida.
Dovevo decidere ed in fretta. Guai se fosse arrivato qualche vicino
e mi avrebbe trovato in quelle condizioni: avrebbe pensato certamente
che ero fuori di testa o che avevo preso un’insolazione. Nell’aria
solo il ronzio d’api lontane e qualche mosca che arrivava
vicino, vedeva la scena e se n’andava via subito. Nessuno
voleva immischiarsi in una scena cruenta! Nessuno voleva partecipare
a quel processo immaginario! Nessuno che mi aiutasse a decidere!
Mariane, non aveva distolto un solo istante gli occhi dalla mia
persona. Io, invece, un’infinità di volte, lo guardavo,
giravo la testa, scrutavo il cielo cercando nuvole suggeritrici,
facevo lunghi respiri, qualche sbuffo, poi per minuti interminabili,
lo sguardo verso terra, immobile, pensoso.
Un’ultima occhiata verso Mariane, poi girai la testa verso
la vigna ed era come se, con tutto il corpo, mi fossi allontanato
in altro luogo, per decidere. “La corte si ritira per decidere”,
pensai fra me e me, con un mezzo sorriso che sembrava più
un sogghigno di soddisfazione misto ad imbarazzo.
Quando rientrai in me, pur non essendomi spostato di un millimetro,
mi resi conto che ero ancora accovacciato davanti a Mariane, nella
sua tagliola, che aspettava il mio verdetto! Lo guardai e mi resi
conto che sembrava quasi in apnea tanto che il bel manto della sua
pelliccia, non tradiva il minimo respiro, l’imputato.
Una folata di vento, poco più marcata delle altre, m’intimò
di alzarmi. Con movimenti calmi, che io non avevo comandato, mi
avvicinai alla tagliola che da me distava meno di un metro. La aprii,
liberando la zampa di Mariane che lo aveva agguantato quasi fino
alla coscia. La bestia non si mosse ne accennò nessun tentativo
di fuga. Mariane, rattrappito dal lungo stare attanagliato, non
riusciva o non voleva nemmeno mettersi in piedi. L’aiutai
a sollevarsi ed a tenersi dritta. Non un lamento, nessuna reazione
né benevola né malevola. E come se aspettasse rassegnata,
il colpo finale, l’esecuzione di una condanna che a momenti
sarebbe arrivata.
Interminabili i secondi con Mariane a testa china, ed io che l’avevo
liberata. Gli accarezzai la testa e lei rispose forzando verso la
mia mano che l’accarezzava. Poi, con lentezza disarmante,
puntò verso il foro della recinzione dalla quale era entrata.
Piccoli passi, quasi incerti, Mariane attraversa la rete e non scappa,
si gira con la testa verso di me guardandomi con occhi languidi
ed umidi. Un solo colpo da una gambetta posteriore verso un ramo
del cespuglio che avevo messo per chiudere il foro. Lei stessa è
come volesse chiudere dietro di se quella porta, quel passaggio
che non doveva servire ad altri. Poi avanti, dentro una macchia
oltre la recinzione, il calpestio di qualche cespuglio al suo passaggio,
mentre si allontana, poi il silenzio, la campagna, il ronzio delle
api e delle vespe in cerca d’acini dolci…..”
Abbiamo ascoltato la storia ammutoliti e non ci siamo accorti che
era finita. Eppure si era fermi, aspettando chissà quale
appendice.
Tziu Franziscu, che ci guardava ed a testa china, a denti stretti
diceva, forse solo a se stesso: questa è la vita!