Tziu Franziscu e Mariane (Volpe)
di Giannetto Lapia

 

 

 

Maralai è “la zona delle vigne” di questo paese e, non a caso, la maggior parte delle uve che caratterizzavano “quel rosso Nepente”, provengono da qui. L’esposizione al sole di questa vallata, il terreno calcareo misto ad arenaria in disfacimento, è da sempre il miglior invito per ogni appassionato vignaiolo. Anche i venti, Levante la mattina e Maestrale nel pomeriggio, sono spesso presenti, ma non in forma distruttiva. Non ultima, la vicinanza al paese stesso dove, non pochi vignaioli lasciata la macchina in garage e preferiscono recarsi in vigna a piedi. In particolare le persone che lavoravano nel terziario, nella città vicina, ne approfittavano per fare un po di movimento.
In questo paese quindi, non vi è persona, d’ogni estrazione sociale o culturale che non abbia un vigneto a Maralai.
Nei fine settimana in particolare, pare che gran parte della popolazione si riversi in questa zona, tanto è il brulicare delle persone nei filari dei tanti vigneti.
Questa moltitudine di persone è composta da giovani che, sulle orme dei padri non desiderano rimanere senza vigna e senza “il mio vino”, ma anche da anziani dai quali si attinge esperienza e suggerimenti per meglio gestire la vigna. Ed è un’abitudine che, a fine giornata, non pochi vicini di vigna, si riuniscono per un bicchiere di vino, raccontandosi della vigna, di soluzioni, d’esperienze e di anedotti. Quest’ultima è una prassi seguita da molti, tanto che, in questi momenti conviviali, tutta l’argomentazione è indirizzata a mettere in moto Tziu Franziscu, anziano e “guru” vignaiolo locale che, con le sue storie ed anedotti ben raccontati e “caricati” al momento giusto, la fa da padrone sugli astanti.
Ed è una di queste storie di Tziu Franziscu che vi voglio raccontare, raccontata da lui e con lui l’attore principale. Anche se il fatto era accaduto agli altri, egli la raccontava come esperienza propria e con lui principale protagonista: così era più vera e più credibile. Tziu Franziscu, racconta….

“L’uva stava maturando bene ed era prossima alla vendemmia. Per quasi tutto il giorno, avevo attaccato a traino dell’asino, alcuni cespugli robusti e spinosi, tenuti a terra da un bel tronchetto di legno. Passavo in mezzo ai filari facendo tanta di quella polvere che sembrava ci fossero le grandi manovre del Terzo Cavalleria, tanto erano densi i nuvoloni di polvere che si disperdevano nella vallata. Era un lavoro che facevo non meno di una volta la settimana e le viti erano quasi sempre grigio polvere.
Ridevano i vicini criticandomi perché ero rimasto a queste usanze arcaiche mentre loro, con i loro trattorini ad allegro regime di giri, usavano anticrittogamici ed in particolare l’ultimo uscito e più miracoloso degli altri. Però, chissà perché, non poche volte i loro vigneti erano colpiti dalle più elementari malattie, mentre la mia vigna ad alberello tutta impolverata, arrivava alla vendemmia rigogliosa e sana. Finito il mio giro d’asino, slegavo l’animale e lo mettevo all’ombra di una giovane quercia dove poteva rifocillarsi con un bel cumuletto di paglia tenera, ed io come d’abitudine mi facevo un giro nella chiusura periferica della vigna.
Un ceppo di vite che, nei giorni scorsi, avevo visto rigoglioso e carico d’uva mi attirò l’attenzione: un bel grappolo d’uva non c’era più! Era rimasto solo il raspo attaccato al ceppo. A pochi metri, guardai la recinzione e notai nella rete uno slargo di una ventina di centimetri di diametro. Mariane (la volpe) aveva fatto visita alla mia vigna! Indispettito per quella visita non autorizzata e minacciando tuoni e fulmini a manca ed a destra, rammendai il buco nella rete con delle frasche spinose, sicuro che nemmeno un porcospino avrebbe passato quello sbarramento.
Nei due giorni successivi, verificai la rete di recinzione: tutto a posto! Mariane aveva capito che il padrone ero io e che con Tziu Franziscu non si scherzava ed era meglio non scherzare.
Qualche settimana dopo, mi arrivò la voce che, nelle vigne di una zona non molto lontana, si stava diffondendo un po’ di Poronospora. Allarme recepito! Il mattino dopo, con il mio fido asinello, via giù in vigna per operare con il più antico antiparassitario: polvere, polvere, polvere. Iniziai l’operazione dalla recinzione in alto dove era più asciutto e ben presto mi son dovuto fermare: il foro nella rete era stato liberato e dal ceppo di vite di fronte, un altro grappolo d’uva era stato spogliato dei suoi chicchi. Ebbi quasi un travaso di bile e per tutto il giorno, sollecitai come non mai il mio asinello per concludere l’impolverazione di tutta la vigna. La povera bestia ogni tanto girava il collo per guardarmi e sembrava dirmi: ma oggi, che cosa ti prende? Perché tanta fretta? Così facendo non impolveriamo bene la vigna e poi…
Alla fine dei lavori, andai nuovamente a verificare il varco riaperto da Mariane. Sembrava un’opera d’arte, tutte le forti e lunghe spine tagliate in circolare in modo da lasciar passare l’intruso senza ferirsi.
Stavo per rinchiudere nuovamente il foro, quando pensai: “e no, hai voluto la guerra e guerra sarà”. Ricordavo che nella piccola baracca di pietre a secco e frasche, vi era una vecchia tagliola. Dopo averle dato una bella ripulita, levata un po di ruggine, ben oliata e pronta all’uso, predisposi la trappola proprio nel varco della recinzione utilizzato per il passaggio di Mariane.
Passavano i giorni, una settimana, ma non successe niente. Pensavo fra me: “forse Mariane si è accorto del pericolo ed ha cambiato vigna da visitare”. Mi ero pure dimenticato della trappola quando una mattina, gironzolando fra i filari, mi sembrò di sentire uno squittio che, ad intermittenza, proveniva dal punto dove avevo messo la tagliola. Incuriosito mi sono diretto verso la direzione da dove venivano i lamenti, ed eccoti la sorpresa: il mangiauva in trappola!
Mariane, era una giovane volpe, con un viso elegante, dai lineamenti delicati ed un manto di peli che sembrava fosse uscito da una moderna parrucchiera. I riflessi del sole, resi intermittenti dalla frasche della recinzione mosse da un dolce levantino, rendevano quella pelliccia aristocratica, piena di colori cromatici.
Mariane non squittiva più e mi guardava con sguardo compassionevole. Io mi ero mezzo accovacciato di fronte e guardavo con la curiostà di un bambino quell’essere tenuto prigioniero. Come mai non ero arrabbiato? E cosa aspettavo a dargli un colpo in testa e farla finita? Avevo raggiunto il mio scopo: l’avevo catturata, non mi avrebbe mangiato più l’uva, non avrebbe fatto danni ad altri, potevo ammazzarla, vantarmene con gli amici e poterne ricavare anche una bella pelliccia.
Sembravo un giudice che, in pieno processo penale, impersonavo tutte le parti: accusa, difesa e corte giudicante!
Stetti così per non meno di un’ora. Un tempo lunghissimo, trascorso senza proferir parola, nè da Mariane arrivava un solo squittio.
Il vento stava cambiando direzione. Il Levantino stava cedendo il posto alla brezza di Ponente che portava un’alito più fresco. Lo stare sotto il sole con la sola camicia, mi aveva fatto sudare ed ora, dopo tanto stare seduto, sentivo qualche brivido nella schiena umida.
Dovevo decidere ed in fretta. Guai se fosse arrivato qualche vicino e mi avrebbe trovato in quelle condizioni: avrebbe pensato certamente che ero fuori di testa o che avevo preso un’insolazione. Nell’aria solo il ronzio d’api lontane e qualche mosca che arrivava vicino, vedeva la scena e se n’andava via subito. Nessuno voleva immischiarsi in una scena cruenta! Nessuno voleva partecipare a quel processo immaginario! Nessuno che mi aiutasse a decidere!
Mariane, non aveva distolto un solo istante gli occhi dalla mia persona. Io, invece, un’infinità di volte, lo guardavo, giravo la testa, scrutavo il cielo cercando nuvole suggeritrici, facevo lunghi respiri, qualche sbuffo, poi per minuti interminabili, lo sguardo verso terra, immobile, pensoso.
Un’ultima occhiata verso Mariane, poi girai la testa verso la vigna ed era come se, con tutto il corpo, mi fossi allontanato in altro luogo, per decidere. “La corte si ritira per decidere”, pensai fra me e me, con un mezzo sorriso che sembrava più un sogghigno di soddisfazione misto ad imbarazzo.
Quando rientrai in me, pur non essendomi spostato di un millimetro, mi resi conto che ero ancora accovacciato davanti a Mariane, nella sua tagliola, che aspettava il mio verdetto! Lo guardai e mi resi conto che sembrava quasi in apnea tanto che il bel manto della sua pelliccia, non tradiva il minimo respiro, l’imputato.
Una folata di vento, poco più marcata delle altre, m’intimò di alzarmi. Con movimenti calmi, che io non avevo comandato, mi avvicinai alla tagliola che da me distava meno di un metro. La aprii, liberando la zampa di Mariane che lo aveva agguantato quasi fino alla coscia. La bestia non si mosse ne accennò nessun tentativo di fuga. Mariane, rattrappito dal lungo stare attanagliato, non riusciva o non voleva nemmeno mettersi in piedi. L’aiutai a sollevarsi ed a tenersi dritta. Non un lamento, nessuna reazione né benevola né malevola. E come se aspettasse rassegnata, il colpo finale, l’esecuzione di una condanna che a momenti sarebbe arrivata.
Interminabili i secondi con Mariane a testa china, ed io che l’avevo liberata. Gli accarezzai la testa e lei rispose forzando verso la mia mano che l’accarezzava. Poi, con lentezza disarmante, puntò verso il foro della recinzione dalla quale era entrata. Piccoli passi, quasi incerti, Mariane attraversa la rete e non scappa, si gira con la testa verso di me guardandomi con occhi languidi ed umidi. Un solo colpo da una gambetta posteriore verso un ramo del cespuglio che avevo messo per chiudere il foro. Lei stessa è come volesse chiudere dietro di se quella porta, quel passaggio che non doveva servire ad altri. Poi avanti, dentro una macchia oltre la recinzione, il calpestio di qualche cespuglio al suo passaggio, mentre si allontana, poi il silenzio, la campagna, il ronzio delle api e delle vespe in cerca d’acini dolci…..”
Abbiamo ascoltato la storia ammutoliti e non ci siamo accorti che era finita. Eppure si era fermi, aspettando chissà quale appendice.
Tziu Franziscu, che ci guardava ed a testa china, a denti stretti diceva, forse solo a se stesso: questa è la vita!

 

COSTANTINO LONGU FRANCESCHINO SATTA POESIAS SARDAS CONTOS POESIE IN LINGUA ITALIANA