Il grande spazio lavorato è la dimensione di Bonamici e la sua forza creativa, si dispiegano fantasie, ricordi, gioie, speranze e su questo lo spettatore si proietta per far vivere le proprie sensazioni.
Il vibrante equilibrio che caratterizza i lavoro di Bonamici non è di facile acquisizione, avendo alle spalle un lungo tirocinio artistico ed una capacità espressiva davvero straordinaria. Il fatto creativo diviene concettuale, non comprensibile magari al primo impatto visivo, ma l'arte cerca cosi la forma difficile, il messaggio viscerale.
Il lavoro di Bonamici, non nasce o si sviluppa a caso, ma è frutto di un'operazione intellettuale che dà significato e senso all'opera nel suo divenire.
E' giusto sottolineare questo aspetto perché l'artista non vuole ridurre il suo linguaggio ad una semplice manifestazioni dell'inconscio irrazionale.(…)

Da un testo critico di Susanna Busnelli

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La creatività di Bonamici in questa nuova fase è semplificata, dove il nero e il bianco sono sovrani, il risultato, infatti, è sempre di una eccessiva gremitura, quasi al corto circuito dell'immagine globale, compressione di troppi particolari, una selva di notazioni sensibili, che stenta a respirare, fuori dal contesto dell'immagine. Il (teatro) di quelle notazioni, di quella somma di cromie, era infatti laggiù, negli anni Cinquanta, irreversibili e datati, gli anni di una autentica angoscia esistenziale, maturatasi nel mondo con la paura dell'imminente scoppio di un'altra atomica. Per fortuna non soltanto dell'umanità, ma...dell'artista, l'atomica, anziché scoppiare, cioè attualizzare l'angoscia informale e farla diventare profezia, resto solo una minaccia sempre più nell'ipotesi ad essa si sostituisce un altro tipo di stress, una guerra nella pace, la violenza dei mass media, la tirannia del consumismo. (…)

Da un testo critico di Marcello Venturoli

 

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Non è nei termini di una appropriazione linguistica compiuta in altri ambiti come quello letterario o cinematografico, che ha senso parlare dell'opera di Bonamici, presenti ad esempio in film come Blade Runner o Alien, o nei romanzi di Philip Dick o di Thomas Pynckon, ultimamente apportatori di grandi suggestioni, quanto di una sorta di passaggio naturale e necessario all'uso di questi materiali che costituiscono l'usuale territorio di tutti i giorni.
L'adeguamento delle forme radicate nell'esperienza iconografica di Bonamici, già segnalata come l'unica libertà superstite, ne è l'inequivocabile segnale.
In particolare la forma ovoidale è una costante quasi ossessiva, che troviamo presente in una tridimensionalizzazione scultorea che testimonia un passaggio ulteriore nella ricerca di Bonamici. La forma ovoidale è un simbolo universale di per sé, legato alla sua genesi del mondo e alla sua differenziazione. Esso svolge in tutte le cosmogenie il ruolo di immagine e di modello della totalità. Ma oltre la dispiegazione della simbologia legata alla forma ovoidale, presente in tutti gli angoli della terra, certo ben nota al lavoro di Bonamici, essa rappresenta più specificamente qui una sorta di incroci di moduli formali ed espressivi legati all'idea della circolarità che troviamo appunto riscontro nei vari momenti della storia dell'uomo. Attraverso questa continuità Bonamici tenta di stabilire una linearità ideale tra ciò che è stato frutto della sintesi biochimica originaria e ciò che è derivato dallo sviluppo della capacità intellettuale e fabrile dell'uomo. Tale continuità trova ulteriore riscontro nell'uso, pressoché esclusivo, di colori quali il nero e il bianco sono infatti i due poli esterni della scala cromatica, la tenebra e la luce.
Nel lavoro di Bonamici si avverte una tensione che è appunto frutto di questa coesistenza di elementi, forme profondamente diverse nella loro origine, tra i quali non si tenta una conciliazione degli opposti, ma una vera e propria osmosi rigenerativa.
Attraverso questa tensione si cerca quel minimo comun denominatore che tiene unite le cose nel corso della storia.

Da un testo critico di Raffaele Gavarro

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